a man walking on the snow

Escursioni invernali: come vestirsi a strati nel modo giusto

C’è un silenzio particolare che avvolge la montagna d’inverno, una quiete ovattata che si rompe solo con il rumore ritmico dei propri passi sulla neve fresca. Le escursioni invernali regalano paesaggi fiabeschi e una solitudine che è difficile trovare in agosto, ma presentano anche una sfida tecnica non indifferente: il freddo. O meglio, la gestione della temperatura corporea.

Molti escursionisti alle prime armi commettono l’errore di coprirsi eccessivamente prima di partire, finendo per sudare dopo dieci minuti di salita e congelare non appena si fermano per una pausa. Il segreto per godersi l’outdoor nei mesi freddi non è indossare il giaccone più pesante che avete nell’armadio, ma padroneggiare l’arte del vestirsi a cipolla, o layering system.

In questo articolo esploreremo nel dettaglio la scienza dietro i tre strati fondamentali, analizzando i materiali migliori e sfatando falsi miti, per permetterti di affrontare sentieri innevati e temperature sottozero con lo stesso comfort del salotto di casa tua.

La regola d’oro: perché il cotone è il tuo peggior nemico

Prima di analizzare i singoli strati, dobbiamo fare una premessa essenziale, quasi un dogma per ogni appassionato di outdoor: il cotone in montagna uccide. Può sembrare un’affermazione drammatica, ma in inverno è tecnicamente vera.

Il cotone è una fibra idrofila, ovvero ama l’acqua. Quando sudi – e in salita suderai, anche se fuori ci sono -5°C – il cotone assorbe l’umidità come una spugna e la trattiene. Una volta bagnata, una maglietta di cotone perde ogni capacità isolante e, peggio ancora, inizia a sottrarre calore al tuo corpo per far evaporare l’acqua. Questo effetto “raffreddamento” è piacevole d’estate, ma d’inverno è la corsia preferenziale per l’ipotermia. Per le tue escursioni invernali, lascia le t-shirt di cotone a casa e investi in materiali tecnici.

Il Primo Strato (Base Layer): La tua seconda pelle

Il compito del primo strato, quello a diretto contatto con la pelle, non è tanto scaldare, quanto gestire l’umidità (in gergo tecnico, wicking). Deve allontanare il sudore dal corpo e trasferirlo agli strati successivi, mantenendo la pelle asciutta. Se la pelle è asciutta, è molto più facile mantenerla calda.

Sintetico o Lana Merino?

La scelta del base layer si riduce solitamente a due grandi famiglie di materiali:

  1. Fibre Sintetiche (Poliestere/Polipropilene): Sono eccellenti nel trasportare il sudore verso l’esterno e si asciugano in tempi record. Sono resistenti, elastici e generalmente più economici. Il contro? Tendono a trattenere i cattivi odori batterici molto più velocemente rispetto alle fibre naturali.
  2. Lana Merino: Dimentica la lana della nonna che pizzica. La lana Merino moderna è morbidissima, termoregola in modo fantastico (tiene caldo anche se leggermente umida) ed è naturalmente antibatterica, il che significa che non puzza nemmeno dopo giorni di utilizzo. È la scelta premium per il trekking invernale, anche se richiede un budget leggermente superiore e una cura maggiore nel lavaggio.

Qualunque sia la tua scelta, ricorda: il primo strato deve essere aderente. Se è largo, il sudore non passerà al tessuto e l’aria fredda circolerà sulla pelle bagnata.

Il Secondo Strato (Mid Layer): Il cuore del calore

Se il primo strato serve a gestire il sudore, il secondo strato serve a intrappolare il calore prodotto dal tuo corpo. Funziona creando una camera d’aria isolante tra te e l’ambiente esterno. Questo è lo strato più versatile e quello che cambierai più spesso durante l’escursione.

Pile vs Piumino: cosa mettere nello zaino?

Il re indiscusso del mid-layer è il pile (fleece). Il pile tecnico è traspirante, idrofobo (non assorbe acqua) e continua a scaldare anche se umido. Esistono pile di diverse grammature: per un’attività aerobica intensa come lo scialpinismo o il trekking veloce, un micropile leggero “a nido d’ape” è spesso sufficiente.

In alternativa, o in aggiunta per le soste, ci sono i piumini leggeri (down jacket) o le giacche con imbottitura sintetica (come il Primaloft). Il piumino d’oca offre il miglior rapporto calore/peso ed è comprimibilissimo, ma perde efficacia se si bagna o se sudi troppo. L’imbottitura sintetica è un ottimo compromesso: scalda meno della piuma a parità di peso, ma non teme l’umidità. Un consiglio da esperto? Durante la salita usa un pile traspirante. Tieni il piumino nello zaino e indossalo immediatamente appena ti fermi per una pausa, prima di iniziare a sentire freddo.

Il Terzo Strato (Outer Layer): Lo scudo contro gli elementi

L’ultimo strato è il tuo guscio protettivo. Il suo compito principale è difenderti da vento, neve e pioggia, permettendo al contempo all’umidità interna (il sudore che è passato attraverso il primo e il secondo strato) di uscire. È qui che la tecnologia dei materiali fa la differenza.

Softshell vs Hardshell: la grande sfida

Non esiste un guscio perfetto per tutto, ma la scelta dipende dalle condizioni meteo:

  • Softshell (Guscio morbido): È spesso la scelta migliore per il 90% delle escursioni invernali con tempo stabile. È un tessuto morbido, elastico, molto traspirante e resistente al vento e alla neve leggera. Ti permette di muoverti liberamente senza l’effetto “sacchetto di plastica” tipico delle giacche impermeabili economiche.
  • Hardshell (Guscio rigido): È la classica giacca antipioggia/antivento (spesso in Gore-Tex o membrane simili). È totalmente impermeabile e antivento, ma meno traspirante del softshell e più rigida. È indispensabile se le condizioni sono estreme, se c’è vento forte o se nevica copiosamente. Cerca sempre modelli con le “zip ascellari” per ventilare quando la temperatura sale.

Non dimenticare le estremità: testa, mani e piedi

Puoi avere il miglior sistema a strati sul busto, ma se le estremità sono fredde, il tuo corpo andrà in sofferenza. Il nostro organismo, per difendersi dal freddo, riduce l’afflusso di sangue a mani e piedi per proteggere gli organi vitali (cuore e polmoni).

  • Testa: Disperdiamo una grande quantità di calore dalla testa. Un berretto in lana o sintetico è obbligatorio. Se c’è vento, un “buff” o scaldacollo tubolare è un accessorio magico: può diventare sciarpa, balaclava o fascia in pochi secondi.
  • Mani: Anche qui vale il principio degli strati. Un guanto sottile in seta o sintetico (liner) sotto, e una manopola o un guanto impermeabile e imbottito sopra. Le manopole (muffole) tengono le dita insieme e sono molto più calde dei guanti con le dita separate.
  • Piedi: Evita di mettere due paia di calze se questo stringe troppo il piede nello scarpone: la circolazione bloccata ti farà congelare le dita. Meglio un solo paio di calze specifiche per trekking invernale in lana Merino ad alta densità, abbinate a scarponi con membrana impermeabile.

Gestire gli strati: l’errore del “partire caldi”

Concludiamo con il consiglio più prezioso, quello che distingue l’escursionista della domenica dall’esperto di montagna: “Be bold, start cold” (Sii coraggioso, parti freddo).

È l’errore più comune: scendi dalla macchina al parcheggio, senti l’aria gelida e ti imbacucchi con piumino, guscio e sciarpa. Risultato? Dopo 15 minuti di salita sarai zuppo di sudore. A quel punto, togliere la giacca sarà traumatico perché il sudore gelerà addosso. La strategia corretta è partire sentendo un leggero brivido di freddo. Il tuo corpo inizierà a produrre calore con il movimento entro pochi minuti, raggiungendo l’equilibrio termico perfetto senza sudare. Fermati spesso per aggiungere o togliere strati (“layer management”): non aspettare di essere bagnato per togliere il pile, e non aspettare di tremare per rimettere il guscio. L’escursionismo invernale è un gioco di anticipo.

Affrontare l’inverno richiede rispetto e preparazione, ma con l’attrezzatura giusta e la consapevolezza di come usarla, la montagna innevata ti regalerà le emozioni più intense della tua vita di viaggiatore.

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